Biblioteca Comunale "Renato Fucini" - Empoli

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Codice racconto: 197

MONTANELLI, IRENE (Empoli)

Testo della canzone
Testo del racconto

Testo della canzone:

Cenerentola innamorata (Marco Masini)

Ho capito è una cosa seria
e poi ora non puoi parlare
vengo a prenderti io stasera
quando esci da lavorare.
Una breve telefonata
lo sai bene che siamo amici
non è vero che sei sbagliata
siamo tutti un po’ più infelici.
E ti ascolto parlare appena
dal tuo tenero nascondiglio
alla fine di questa cena
tu mi dici che aspetti un figlio.
Lui ti ha detto che non è pronto
e che è suo non lo puoi provare
ti ha lasciata da sola intanto
tu da sola non sai che fare...
Era bello sentirsi amata
nei suoi occhi vedevi il mare
Cenerentola innamorata.
A tuo padre non riesci a dirlo
proprio lui fiero di sua figlia
hai paura e non vuoi ferirlo
in poltrona mentre sbadiglia.
Di tua madre poi ti vergogni
non vuoi dirle che ti piaceva
far l’amore scambiarsi i sogni
lei lo ha fatto perché doveva.
Cosa vuoi che ti posso dire
non so darti nessun consiglio
forse devi solo sentire
se davvero lo vuoi un figlio.
Di un amore una volta sola
di un amore che non è amore
e la notte ci pensi ancora
mentre piangi e non sai che fare...
Ma non è vero che sei sbagliata
nei suoi occhi vedevi il mare
cenerentola innamorata.
Quando usciamo dal ristorante
sembri ancora più piccolina
c’è una come un gigante
e parlando è già domattina.
Sotto il muro dell’ospedale
che terribile decisione
piccolina fra il bene e il male
piccolina su quel portone
poi ti fermi ritorni indietro
nel mio cuore me l’aspettavo
mentre l’alba ci appanna il vetro
tu sorridi a un amore nuovo.
Con il sole ti porto a casa
ed in macchina vuoi cantare
sei felice come una sposa
perché adesso ti senti amata
e dai tuoi occhi si vede il mare
cenerentola innamorata.

 

Testo del racconto:

Per gli occhi di Nadia

Il cuore mi batte all’impazzata mentre, con un mazzo di fiori in mano, passo a rotta di collo attraverso la porta a vetri con scritto "Maternità", rischiando di travolgere tre o quattro padri in attesa. Quasi senza fiato sussurro il mio cognome all’infermiera. Mi sento rispondere che manca ancora un po’ e, se voglio, mi posso accomodare. Mi siedo ed accendo una sigaretta, ma la sedia sembra bruciare sotto di me per cui mi alzo di scatto e comincio a vagare per la stanza, cosa che, mi rendo conto, un po’ tutti i miei "colleghi" stanno facendo. Il mio cuore sembra scoppiare: per la prima volta dall’inizio di questa faccenda, ho paura ma non è solo la naturale paura che tutti abbiamo qui dentro che qualcosa vada storto o la forte preoccupazione per il radicale cambiamento cui le nostre vite vanno incontro ma l’angoscia per la mia reazione davanti a quell’esserino. Chissà se riconoscerà la voce che gli parlava mentre se ne stava dentro il ventre della sua mamma o se sentirà subito l’"odore" del patrimonio genetico diverso... Ed io? Sarò padre di un figlio non mio: riuscirò ad amarlo? Dio mi è testimone, vorrei amarlo come nessun genitore ha mai amato la sua prole ma non sono sicuro: volere non è potere. Amore. Possibile che io non riesca a fare nulla senza che questa parola si insinui nella mia vita e la faccia uscire dai binari? Quando penso all’amore inevitabilmente mi trovo davanti gli occhi di Nadia ed io non vedo altro. Ora, non voglio precipitare nei luoghi comuni tipo "colpo di fulmine" o "amore a prima vista" ma, se ci penso bene, è proprio quello che mi è successo, perché questa cosa degli occhi e dell’amore è cominciata giusto un paio di minuti dopo che l’avevo vista per la prima volta ed ormai mi sono arreso all’idea che non finirà mai...
Sul momento pensai che si trattasse solo di una cotta passeggera, ma poi la cosa crebbe in modo esponenziale fino a diventare, pensavo allora leggendo i libri di letteratura, una cosa alla Dante-Beatrice o Petrarca-Laura o ancora per dirla in modo più gergale una "botta pesa".
Poi la conobbi e, siccome sono un tipo abbastanza paziente, intanto diventammo amici. E tanto: eravamo inseparabili e da quel giorno non facemmo altro che parlare, parlare, ridere ed ancora parlare. Io non ne avevo mai abbastanza e lei sembrava gradire molto la mia compagnia, mi sentivo realizzato, a chi mi chiedeva se stavamo insieme io rispondevo di no, con dipinto sulla faccia quello stupido sorriso furbetto che voleva dire "è solo questione di tempo".
Ed invece il tempo non mi fu amico o forse avevo avuto troppa pazienza, fatto sta che un giorno Nadia mi parlò di certi suoi nuovi amici ed i suoi bellissimi occhi brillavano di una luce nuova, strana, mentre lo faceva. Nonostante continuassimo a vederci, anche se più raramente, avevo paura. Forse era il momento di dirle tutto, prima che fosse troppo tardi ma proprio il giorno che avevo pronto il mio "discorso pronta-conquista" appositamente formulato da me e da Juri, la luce nei suoi occhi si fece più forte quasi abbagliante e lei cominciò a parlarmi di Raffaele. A sentire lei era il ragazzo più "incredibilmente super fantastico" del mondo anche se ai miei occhi era solo un cretino come tanti. Per la prima volta mi sentii con l’acqua alla gola: qualcuno mi stava portando via la mia bambolina!
Quasi come se qualcuno avesse premuto un pulsante nel mio cervello il "discorso pronta-conquista" si cancellò completamente.
- Raffaele? - balbettai. Le mie labbra tremavano impedendomi di parlare mentre gli occhi mi si riempivano di lacrime, ma mi imposi di non piangere.
- Cos’hai Max, stai male?
"Respira, stai calmo" mi dissi, poi rivolto a Nadia:
- E chi sarebbe questo Raffaele?
- Massimo! E’ il mio ragazzo! Ho quindici anni, mi sembra normale... Nemmeno tu fossi mia madre! O forse ti sembra impossibile che qualcuno mi voglia?- rise. Poi mi guardò preoccupata: dovevo avere una faccia!
- Ma...- dissi con uno sforzo immane - ma... io... tu... noi!
- Oh! Non ti preoccupare non ti abbandono: tu sarai per sempre il mio migliore amico!
- Ma io ti voglio bene...
- Anch’io! Sbaglio o ti ho appena detto che sei il mio migliore amico? - disse dandomi un buffetto sulla guancia.
Le presi la mano, la guardai negli occhi (Dio! I suoi occhi!):- Non ci siamo capiti. - dissi avvicinando le mie labbra alle sue - Io ti amo.
Quante volte avevo sognato quel momento! E di solito, nei miei sogni, lei mi baciava e poi rispondeva "anch’io" o viceversa.
Invece si alzò di scatto, tolse la sua mano da dentro la mia e mi guardò spaventata: - Oh, Max, quanto vorrei che non fosse così, tutto vorrei fuorché farti del male ma io... scoppiò a piangere e fuggì via, chiudendosi alle spalle la porta della mia stanza.
Seguirono giorni terribili, settimane angoscianti, mesi tristi. Poi decisi che dovevo reagire: all’inizio mi buttai a corpo morto sui libri, studiavo tantissimo e forse devo anche ringraziare Nadia per il mio 60 alla maturità. Poi decisi di cercare una "sostituta", ma passavo da una ragazza all’altra nella vana speranza di trovare in qualcuno di loro l’amore, che, oggi mi rendo conto, era soltanto Nadia.
Quando la vedevo, mi sembrava felice, si era lasciata con quel Raffaele e stava da qualche tempo con un certo Fabio, che naturalmente detestavo ma non sembrava poi così male. Ad essere sinceri, lei faceva di tutto per mettersi in contatto con me ma io la evitavo, non so quante volte mi sono fatto negare al telefono e quante ho finto di non vederla o sentirla, ma non so se era più dolore o orgoglio. Poi una sera scoprii che era solo una mia ripicca.
Ricordo quel mercoledì sera come fosse adesso, eppure sono passati quasi otto mesi. Ero in casa quando squillò il telefono, sentii la sua voce preoccupata e come un flash, immaginai i suoi occhi pieni di lacrime che in quel momento non poteva piangere e non potei veramente abbassare la cornetta anzi le dissi una cosa che, a ripensarci, in quel frangente era quasi comica: " Lo sai, siamo amici se hai bisogno di parlare stasera ceniamo assieme, ti vengo a prendere quando esci da lavoro."
Non so perché le dissi che eravamo amici, nonostante fossero mesi che la scansavo, forse perché finalmente avevo capito che in fondo, quella volta Nadia aveva ragione, o forse, anche se non lo volevo confessare neppure a me stesso, ero ancora così pazzo di lei da correre in suo aiuto appena ne aveva bisogno. Qualunque fosse il motivo, di lì a poche ore mi ritrovai seduto ad un tavolo con lei a parlare: sembrava che tutto fosse tornato come prima, se non fosse stato per quel velo di tristezza che le adombrava lo sguardo e che si trasformò in lacrime quando mi disse che aspettava un bambino. E lui, saputolo, l’aveva lasciata: non avevo parole per descrivere quel comportamento o se le avevo non erano cose da sentire. Singhiozzando Nadia riprese la parola: - Quando ho visto la risposta del test, e quando è positivo c’è poco da sperare, ero spaventata, non riuscivo a sostenere lo sguardo dei miei genitori. L’orgoglio negli occhi di mio padre e lo sguardo dimesso di mia madre (che secondo me l’ha fatto solo dopo il matrimonio e giusto perché era ciò che tutti si aspettavano facesse) erano come pugni allo stomaco, ma ero certa che dopo averne parlato con Fabio tutto si sarebbe messo a posto. Ed invece mi ha trattata peggio di una sgualdrina... Ha detto che lui è sempre stato attento e quindi quel figlio non era suo... Lo vuoi sapere? Ha cominciato a dire che era figlio tuo, "perché non vai a sentire quel tuo amico che a tuo dire non ti parla, già, a quanto pare parlate poco ed agite molto" diceva. Gli parlavo sempre di te e, pensa un po’, era geloso! Io l’amavo ma mi rendo conto che non è stata una gran perdita... Ma ora sono sola ad affrontare questa cosa... Che faccio Max, ho paura! Forse mi odierai, ai tuoi occhi sembrerà che io ti abbia cercato solo ora che sono nei guai, ma, davvero, sei l’unica persona cui sentivo di potermi rivolgere.
Non risposi niente: un po’ perché le sue ultime parole mi avevano commosso serrandomi la gola, un po’ perché non sapevo effettivamente cosa rispondere... Alla fine capii che solo lei poteva decidere se voleva quel figlio e glielo dissi quando, girovagando in auto fra un discorso e l’altro passammo di fronte all’ospedale. Lei guardò il portone: - Allora non lo voglio, odio già questo bambino, come odio quel bastardo di suo padre...
- Non devi dire questo: lui è anche una parte di te... E se avesse i tuoi occhi... Beh, sarebbe già un buon motivo per vivere. Non puoi odiarlo: pensa, io lo amo già... come amo sua madre.
I suoi occhi mi guardarono (non mi stancherò mai di ripetere quanto sono belli, e lo erano anche quella sera sebbene arrossati dal pianto ed illuminati solo dalla luce tenue della luna) e le sue labbra sussurrarono: - Come vorrei che fosse figlio tuo...
Come un flash mi apparve la mia o meglio la nostra vita e capii cosa, nonostante l’orgoglio e la voglia di vendetta e libertà, avrei fatto ed un attimo prima di baciarla le risposi :- Lo sarà.
I mesi seguenti sono stati fra i più belli della mia vita e sono volati fra coccole, acquisti, decisioni, vestiti che diventano sempre più corti e corsi e giornali per neo-genitori.
Era come se stessi rivivendo ogni singolo momento quando un pianto di neonato interrompe il filo dei miei pensieri e mi provoca un tuffo al cuore... Con uno scatto, balzo in piedi gridando "E’ lui, è lui!" correndo come un pazzo da un lato all’altro della stanza, finché l’infermiera non si affaccia e mi dice: - No signore "è lei", comunque può venire lo stesso.
Una bambina! Chissà perché avevo sempre pensato ad un maschietto... Ma chi se ne frega, sarà senz’altro stupenda! Finalmente arrivo alla stanza dove vedo Nadia, distrutta ma felicissima, con in mano un fagottino così tenero e piccolo che non credo possa ispirare un sentimento diverso dall’amore. Ancora questa parola! Ma ora ogni dubbio è fugato, adesso so che l’Amore sono le "mie donne" non fosse altro che per i loro occhi, per gli occhi di Nadia.

URL: http://www.comune.empoli.fi.it/biblioteca/iniziative/giovani/parolenote/1998-1999/racconti/racconto197.htm
Data ultimo aggiornamento: 2000-01-05.
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