Biblioteca Comunale "Renato Fucini" - Empoli

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Codice racconto: 201

SANTINI, CHIARA

Testo della canzone
Testo del racconto

Testo della canzone:

La pianta del tè (Ivano Fossati)

Come cambia le cose
la luce della luna
Come cambia i colori qui
a luce della luna
Come ci rende solitari e ci tocca
Come ci impastano la bocca
queste piste di polvere
Per vent'anni o per cento
E come cambia poco una sola voce
nel coro del vento
Ci s'inginocchia su questo
sagrato immenso
dell'altipiano barocco d'oriente
Per orizzonte stelle basse
Per orizzonte stelle basse
Oppure niente
E non è rosa che cerchiamo non è rosa
e non è rosa o denaro, non è rosa
e non è amore o fortuna
non è amore
che la fortuna è appesa al cielo
E non è amore
Chi si guarda nel cuore
sa ben quel che vuole
e prende quello che c'è
Ha ben piccole foglie
ha ben piccole foglie
ha ben piccole foglie
la pianta del tè.

 

Testo del racconto:

Mnhmosunh

(il flauto di Pan riscopre piste di polvere nel deserto affollato dell'insania)

 

Non sono più la stessa.....me ne sto qui per ore, nel silenzio lusinghevole dei boschi, con occhi felini e cupidi............e ascolto l'infuriare della Vita, il fragore dimesso e combattuto delle ninfe selvatiche....... Tiadi scosse e smaniose....., e succhio......, insaziabile....fino al midollo....... il loro piacere. Il Sole, giglio ocraceo, ferito dall'indaco, langue, morente nel suo sangue denso e nobile.
Dei passi............
"Ah....sei tu dolce amico!
Siedi con me.......hai preparato del tè?! Bene.....bergamotto!" Acuisco i miei sensi perché assorbano tutto ciò che sia recepibile.... odori ...... sapori.... le più latenti sfumature dei colori...
"La fragranza del tuo corpo è simile all'aroma di quest'infuso flavescente, divino, taumaturgico......"
"Di'...,dove hai scovato queste tazze così fragili, dai bordi così sottili in cui questo fluido ambrato, cipria d'oriente, appare come l'aria brunastra del tramonto e il limone come il furore del sole di Baghdad?"
"Ma dove sei? ..........Non sento più il tuo respiro..."
Sto vaneggiando..... è dolce però......e mi lascio andare.....
Baghdad! Rosa del deserto! Quanto vorrei sentirmi di nuovo tua! Una delle infinite, eterne pietre preziose incastonate nella tua carne, splendida nell'oro della tua grazia divina! Diadema di dio! Fiore screziato, nutrito di voluttà! Sei una mano superba e d'irresistibile arroganza, aperta e tesa al cielo.
"Ho vissuto anch'io nel tuo grembo, lo sai? No, tu non conosci quanto ti ho ammirato, quanto ti ho amato, quanto ho sofferto nel fuggire da te!" La notte è scesa...il sole senescente si è assopito...la mia mente vaga inseguendo i ricordi.
"Come cambia le cose la luce della Luna, abile adulteratrice della realtà, grembo ciprigno, fa di Baghdad un filtro d'amore."
Si....mi ricordo quando me ne stavo in quell'angolo del bazar, seduta sulle ginocchia, ignorando me stessa............graffiavo il velo della realtà carpendone voci, odori d'inganno, canto e teatro, litigi e intese. Profumi e fetori convivevano come le mille altre contraddizioni di Baghdad, ed io scremavo i politropi aspetti della realtà terrena fino a raggiungere la loro forma sublime.
Da te fuggii........da "quel giorno" il caldo si fece soffocante quanto l'angoscia che mi tormentava.
Quella sera lui venne. Era bello. Lo era sempre stato. In quella veste bianca ,la sua delicatezza olivastra lo rendeva irresistibile. Sedette accanto a me e si fece portare del tè......bergamotto, mi pare.......
Sebbene io mi ritenga un tipo scettico, egli riuscì ad affascinarmi con leggende, aneddoti e rivelazioni su antiche religioni apparentemente perse nel vuoto della dimenticanza ma che invece, secondo lui, sopravvivevano, tenute in vita da ristrette cerchie di iniziati fedelissimi, e brulicavano pronte a scaturire in modo inaspettato e violento. Mi invitò ad andare con lui ed io non potei proprio resistergli........i suoi occhi............
Prendemmo a camminare e raggiungemmo in breve tempo l'estremo sud della città; la nostra conversazione era viva e piacevole.
"Sai", sussurrai.......ormai lontani dalle voci di piazza...."Mi piace, di notte, guardare il deserto e cercare in quell'irenica manifestazione del Silenzio e di Dio......che cosa di preciso non so dirtelo......di cogliere il trasfondere degli elementi umani e spirituali, di trovare pace per il mio spirito confuso, di sentire il piacere della solitudine, di acuire la mia capacità di recepire stimoli ed emozioni latenti. Ogni giorno, qui a Baghdad, è un canto d'amore per lei: prodigio degli dèi, occhio ammaliante, caldo, invitante, accogliente nell'infinita solitudine e ostilità del deserto!"
Egli tacque. I suoi occhi parlavano però...,ma io non li capivo. Egli sapeva che ero "pronta" e che in quel momento egli doveva solo tacere come estasiato dalle mie parole. Io sentivo la pace e, assaporando l'aria, soffiai tra le labbra, parole sommesse...:"Silenzio!....non un movimento ,non un gesto maldestro che graffi il velo infinito della sua grazia.....un respiro soltanto....Maledetto chi oserà violarla!"
Egli sorrise............ mi baciò una mano.............. ... mi disse che ero degna di essere una delle figlie di Baghdad. Continuammo a camminare. Chissà, fantasticavo, dov'egli mi avrebbe portato, chi era davvero, chi si celava sotto quelle vesti chiare e quel volto prezioso. Sarei finita in uno dei cortili interni di quelle belle abitazioni signorili, tra palme e sicomori e ingegnosi giochi d'acqua di magiche fontane. Saremmo stati là, dissolti nella voce delle acque e delle foglie, a sorseggiare qualche liquore rubino e sconosciuto...
Camminammo invece per strade a me ignote, tutte uguali, tra sguardi impertinenti e dedalici. Scendemmo scale strettissime che si perdevano nel vuoto della notte: la luce delle torce giungeva a illuminare a mala pena i primi scalini, rifrangendosi sulle mura bianche delle case....più in basso...buio completo....scendeva sotto terra una colonna di vuoto scavata nella roccia del deserto. L'oscurità impenetrabile mi costringeva a tastare le pareti intorno a me: erano prive di asperità e, via via che si scendeva, la levigatezza rendeva i muri morbidi drappi di seta....chissà....probabile opera di mani smarrite curiose, smaniose, spaventate, timorose di giungere in fondo a quella carotide infinita e fagocitante. Ecco...si percepiva la luce che proveniva da timide fiamme di lanterne a olio, preziosamente lavorate, disposte in maniera irregolare sulle pareti di un lungo corridoio dove i passi non producevano alcun suono, tanto il pavimento era soffice e finemente patinato. Giungemmo alla fine del corridoio: la prima sensazione fu quella di aria più fresca (pensai all'acqua, al cielo aperto...), poi mi accorsi che le lanterne, disposte sempre in modo confuso e irrazionale, riuscivano a far percepire la forma e le dimensioni del nuovo ambiente: una sala vasta e altissima....ma non riuscii a capire altro tanto poca era la luminosità. Il mio compagno si allontanò con il bel volto violentato da un sorriso teatrale, teso nello sforzo disperato di celare l'eccitazione isterica e angosciosa che lo attanagliava. Mi lasciò seduta su un sedile di pietra. Sentii finalmente l'acqua stillante da chissà quale anfratto.
D'improvviso scoppiarono urla di luci, torce accese dappertutto, luce, luce, luce..........un infuriare di percezioni interiori: guardavo, carpivo....la forma della sala era come quella di una mandorla...di un occhio dormiente e sopito nel buio del sonno ma punto nevralgico della percezione della realtà.
Del resto ho solo un vago ricordo: l'abbondanza dei colori mi dava la nausea, urla e strida luride colavano da labbra orribilmente tumefatte, volti camusi roteavano e sbattevano da tutte le parti, un cattivo odore di bestia selvatica mi tormentava la gola, le mie mani vibravano e tremavano cieche tenendo ben stretta l'arma con cui avevo tagliato la testa al mio compagno e gli avevo strappato gli occhi mangiandoli tra l'esultanza terribile di quella folla amente di invasati di cui io facevo parte come strumento per il compimento dell'atto.
Da te fuggii per non tornare mai più, stanca di cercare ciò che in te avevo cercato senza alcun esito e scossa per sempre dal tuo inganno. Eppure tu, Baghdad, seduta sul trono scomodo e irresistibile della contraddizione, mi hai catturato. Le tue unghie affilate e le mille arti di seduzione mi hanno per sempre legata a te. Ogni mezzo hai adoperato... dolce, crudele, cruento, sensuale....ognuno di essi mi ha conquistato: si è legata a quella parte di me che ne era lo specchio inconsapevole ...Perciò ormai vecchia e sola, mi abbandono al ricordo, alla Memoria, ultima dea che mi assiste e assaporo (amaro o dolce che sia),ciò che ha dato un'impronta al mio percorso spirituale.
......A Baghdad...!La sera è per me come il latte......
...Baghdad...all'imbrunire...una lagrima sfuggente, inafferrabile su una smunta guancia senza vita, un'umida perla d'amore, eburnee membra di donna......:il giorno…tempio dell'inganno, spirito arido, tiglioso....il declinare di una rara bellezza, splendida solo nel ricordo del suo eccezionale fiorire passato. La Luna pure mi lega a te, poiché ella trasforma anche me.....di giorno....essiccata, raggrinzita, riarsa come gli sterpi del deserto; di notte...marciume, melma viscosa e avida di carne oppure .....eletto spirito ,puro elemento nell'aria malsana dei bassifondi senza alcun carattere distintivo, credo di potermi distinguere...e invece m'inganno di nuovo perché anch'io sono confusa tra i profumi e i fetori, tra litigi e intese, tra canto e teatro, faccio anch'io parte delle mille contraddizioni di quella città.

URL: http://www.comune.empoli.fi.it/biblioteca/iniziative/giovani/parolenote/1998-1999/racconti/racconto201.htm
Data ultimo aggiornamento: 2000-01-05.
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