Biblioteca Comunale "Renato Fucini" - Empoli
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Codice racconto: 227
SERRA, ALBERTO (Empoli)
Testo della canzone
Testo del racconto
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L'aguaplano (Paolo Conte)
Un aeroplano
Nell’acqua bionda e calda
Vola piano
Lascia un bel mondo dal colore baio,
dove c’è il fiume di gennaio
Scendi pilota
Fammi vedere, scendi
A bassa quota
Che guardi meglio
E possa raccontare
Cos’è che luccica sul grande mare…….
Ne sono certo
E' proprio un pianoforte da concerto
Dal suono avuto dal mistero,
un pianoforte a coda lunga, nero
Certo c’è stata
Laggiù una storia molto complicata…..
Ci va una bella forza per lanciare
Un piano a coda lunga in alto mare….
E dove c’è un piano
Intorno c’è sempre gente che fa baccano,
ci sono occhi che ci cercano
ci sono labbra che ci guardano……
Non mi fido
In certi casi un pianoforte è un grido,
ci sono gambe che si sfiorano
e tentazioni che si parlano
Gira pilota
Recuperiamo il cielo ad alta quota,
torna nel mondo dal bel colore baio,
trovami il fiume di gennaio…..
L'aguaplano
Juan stava seduto sul suo dondolo ad osservare l’ennesimo tramonto.
Nel patio della sua reggia, una baracca in legno da lui costruita, dominava un senso di partenza: c’erano valige aperte, camice piegate e riviste in due o tre lingue. I clienti ogni volta si erano sentiti subito come a casa e si erano lavati i denti nel suo lavandino e asciugati il viso col suo telo di lino candido.
Se volevano volare con lui, sul suo vecchio bimotore, non erano solo passeggeri, erano piuttosto suoi fratelli tornati a casa dopo una lunga assenza.
Cigolava il dondolo e cigolavano le assi del pontile che portava dalla casa al fiume. E poi che fiume, immenso e dorato ora che il sole stava annegando.
Un fiume unico che vive un mese all’anno, quando le piogge incessanti gli danno vita.
Juan sorride ora, si avvicina l’ora, lui lo sa, lo sente il respiro del fiume, quando l’acqua di quelle immense piogge comincia a sollevare il suo bielica bianco sporco, lui comincia a sorridere come una iena che si avvicina circospetta e infida alla preda.
Fuma il suo sigaro incessante e compone nuvole nel cielo terso, rosso fuoco ormai. Tutte le volte é così, anche stavolta, sente i passi che si avvicinano; é fermo alle sue spalle ora.
Juan si alza, tira indietro i capelli corvini e senza neanche voltarsi dice "andiamo". I due camminano a fianco come da sempre, con naturale semplicità, nei loro austeri smoking lucenti.
I loro passi echeggiano lungo la costa desertica e trasognata intenta a veder spiccare l’ennesimo volo.
Juan ai comandi, azionò sei levette e spinse quattro bottoni divertito da quel luccichio intermittente.
I motori singhiozzando azionarono le eliche che come farfalle dalle ali bagnate, partirono a fatica, spingendo finalmente il velivolo fuori dalla foce divisa in due come dalla scia di un off-shore.
La scia s’interrompe e presero quota ed entrambi si voltarono ammaliati dai colori vitali della foresta smorzati dal rossore del tramonto, Juan sbirciò il suo dondolo che pareva lo salutasse.
Puntarono il mare aperto e così lo trovarono, aperto ed immenso come sempre, un eterno abbraccio incondizionato.
Juan col sigaro tra i denti si voltò verso il cliente, era la prima volta che lo guardava direttamente dopo due ore di volo.
"Cosa stiamo cercando?" chiese spostando il sigaro da un lato all’altro della bocca.
"Un pianoforte" rispose il cliente senza guardarlo "un pianoforte a coda lunga, nero".
Solo allora Juan notò quelle mani e quelle dita nervose, sembravano vivere di vita propria animate dal bisogno di creare.
Prendendo quota fecero riemergere beffardamente il sole e Juan assestandosi allo schienale visse nuovamente quella sensazione; il potere di prendere e partire, il potere intrinseco della vita che muore e rinasce ogni anno, ogni giorno, ogni istante.
Il potere di godere della sua vita, la sua libertà più grande, vivere; e volare, che passione! Aspettare un anno pregustando senza avidità un’emozione unica: la padronanza di sé.
Doveva solo aspettare ed un giorno avrebbe notato un’alba meno luminosa, avrebbe urlato e ballato al ritmo incalzante delle gocce sul tetto e non senza un timore reverenziale avrebbe visto rinascere il fiume: il suo fiume; e con lui il suo aereo che attendeva come lui, con instancabile pazienza, dolcemente appoggiato su un letto sconfinato, l’arrivo della pioggia, l’arrivo di gennaio.
Il sole cercava di affondare nelle acque tremolanti dell’oceano ma Juan lo avrebbe inseguito fino a che non avrebbe visto quello che cercava.
Il cliente aprì la vecchia borsa in pelle marrone che aveva come unico bagaglio, ne estrasse uno spartito che lesse e rilesse.
"Ci siamo" esclamò con certezza "continui così".
Solo allora Juan notò un riflesso tra le increspature scintillanti che formano quel corridoio che porta al sole.
Quella era la sua pista d’atterraggio e Juan da professionista rispose controllando tutti gli strumenti; planando lentamente spinse due bottoni ed abbassò altre tre levette, lucidamente inebetito da quel gioco di lucine dal profondo significato.
Scesero di quota e la notte ebbe la meglio ma il sole inghiottito dal mare lasciò il suo riflesso là dov’era e il bielica parve sospirare estasiato da un ammaraggio così regale con schizzi dorati a far da cornice.
Il cliente visibilmente eccitato si apprestò a scendere, rilesse lo spartito e per rispetto chiese a Juan "scende anche lei?".
Juan spense i motori, appoggiò i piedi sulla cloche allungandosi sul sedile e dopo un lungo sospiro disse "no, grazie" "ma perché in smoking" obbiettò delicatamente il cliente "se non si unisce a noi".
Juan ad occhi chiusi dette una profonda boccata di sigaro poi rispose "io il mio evento l’ho già festeggiato, ora tocca a lei".
Il cliente si congedò ed uscì dall’abitacolo non senza affanno nel suo impeccabile abito.
Poco dopo Juan sollevò le palpebre a mezz’asta e un attimo prima di prender sonno vide il cliente avvicinarsi a quel magnifico pianoforte a coda lunga nero, era veramente stupendo.
Dormì profondamente come per recuperare il sonno perso e sognò di aver ballato incessantemente preso da una musica travolgente, da quella musica, da quella passione; era un sogno stupefacente, un delirio di corpi bellissimi, di sguardi penetranti, di bocche lussureggianti: il desiderio aveva forma in quelle note e lui era estasiato.
Si svegliò col rumore dello sportello che si apriva e con naturale compostezza si riassestò pronto ad una nuova partenza.
Mentre controllava il quadro comandi si volse verso il cliente che muto come un pesce del Baltico era entrato e si era seduto in assoluto silenzio.
Sembrava scosso, esausto, ma il ghigno che affiorò sulle sue labbra prima di addormentarsi esprimeva una celata soddisfazione; una timida ma profonda soddisfazione.
Madido di sudore puzzava come un cane del deserto ma la sua figura emanava un alone di stile, il suo.
Durante il volo di ritorno il cliente borbottò nel sonno gesticolando febbrilmente.
Ebbe un terribile incubo: sognò che durante il volo di andata sorvolando la pista d’atterraggio era stato sopraffatto dalla tensione e completamente sfiduciato aveva costretto Juan a tornare verso la terra ferma.
Quando si svegliò Juan dovette spendere parole grosse, promettere e giurare su tutto quello che aveva di più caro per convincerlo che lui era sceso dall’aereo, si era seduto davanti a quel lucente pianoforte nero ed aveva cominciato a suonare instancabilmente. Per tutto il viaggio il cliente domandò a Juan dei particolari della sua esibizione, che neanche Juan sapeva ma che raccontò riesumando i particolari del sogno, purché riuscisse a calmarlo.
Il dialogo si placò solo alla visione della foce del fiume, e così rimasero, in silenzio, attoniti da tanta bellezza e da un’inspiegabile nostalgia.
L’ammaraggio fu una poesia, un dolce e verdeggiante abbraccio di una natura incontaminata la vista del pontile e più su della baracca riempì di lacrime gli occhi di Juan che asciugò con dignità.
L’eco dei passi diffusi tra gli alberi della partenza si mescolavano ora a quelli del ritorno quasi non fossero mai partiti.
Il cliente prima di congedarsi ormai giunti alla baracca, si lavò i denti e il volto nel lavandino asciugandosi col telo di lino bianco.
Juan stava coccolandosi sul dondolo che lo abbracciava affettuosamente.
Udì i passi del cliente arrestarsi proprio dietro di lui.
Condivisero una visione unica e vitale: il fiume stava ritirandosi come assorbito dal terreno e risucchiato lentamente dall’oceano.
Videro l’aguaplano toccare il letto e accasciarsi in modo leggero, come chi dopo un lungo viaggio cade in un sonno ristoratore, sognando altri mari da solcare, altre nuvole da sorvolare, altri sogni da realizzare.
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URL: http://www.comune.empoli.fi.it/biblioteca/iniziative/giovani/parolenote/1998-1999/racconti/racconto227.htm
Data ultimo aggiornamento: 2000-01-05.