Biblioteca Comunale "Renato Fucini" - Empoli

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Codice racconto: 240

MARCONCINI, SAMUELA (Bassa, Cerreto Guidi)

Testo della canzone
Testo del racconto

Testo della canzone:

Ecco com'è che va il mondo (Franco Battiato)

Era la più grassa puttana che mai avessi visto,
la donna più grassa che avessi guardato;
aveva un vestito di seta cangiante, perline al collo
un ventaglio di struzzo, mani delicate
Uno le disse :"Schifosa montagna di grasso!"
Rise e dimenò il corpo come a dire sì
buon Gesù certo sì
Farlo con te non dev’essere comodo
sei grassa come tre
E invece no invece mi dicono
che bel posto hai
sei più bella di Evelyn o di Marilyn
non ricordo più
Rise e dimenò il capo
farfugliò qualcosa
come a dire sì - sì
vedete come va il mondo
ecco com’è che va il mondo
La mia anima non stilla miele e dolcezze...
bisogni naturali
Ma io ho una bambina negli intervalli
che mi accarezza i bianchi capelli
e gli anni si fanno docili al suo tocco
mi bacia sulle guance crudeli
e giochi pazienti di rami m’intreccia
con le sue pupille da gatta.
Era d’aprile o forse era maggio
per caso la rincontrai
Risi e dimenai il capo,
farfugliai qualcosa
tanto per dire sì - sì vedete come va il mondo
ecco com’è che va il mondo
La mia anima non stilla miele e dolcezze...
bisogni naturali
Ma io ho una bambina negli intervalli
che mi accarezza i bianchi capelli
e gli anni si fanno docili al suo tocco
mi bacia sulle guance crudeli.

 

Testo del racconto:

La dama con l'ermellino

Passeggiava con lentezza, soffermando lo sguardo un po’ miope su merci e persone, attratto dalla vivacità e dai colori del mercato. Portava un pitocco rosato che gli lasciava le ginocchia scoperte e una barba fluente e candida lo copriva fino a metà del petto. La gente lo guardava incuriosita, riconoscendo in lui l’architetto, l’ingegnere e il mago che anni prima era stato al servizio di Ludovico il Moro. "Il Maestro", com’era chiamato per le sue doti ormai leggendarie, era stato accolto con benevolenza, non con l’acredine degli ingrati fiorentini. Il giovane Governatore di Milano, Carlo d’Amboise, gli aveva tributato gli onori di un principe. Era libero da qualsiasi preoccupazione, all’interno della cara città nascosta da magiche nebbie e circondata da interminabili filari di pioppi. Ma il Soderini gli aveva concesso non più di tre mesi di permesso. Non potendo dedicarsi alla realizzazione di nuove opere, adesso pensava solo a portare a termine il quadro che non aveva voluto consegnare alla Confraternita della Santa Concezione della Vergine. Aveva in mente di completarlo con l’aggiunta di un gatto in grembo alla Madonna.
Posava lo sguardo instancabile su ogni particolare, registrando con la freddezza di uno scienziato appassionato ogni dettaglio, alla ricerca di un soggetto che potesse essergli fonte di ispirazione. Ogni tanto si fermava e tracciava il ritratto di qualcuno o qualcosa sul taccuino che portava sempre con sé. Spirava un leggero venticello, foriero di un autunno imminente. Il sole era pallido e sembrava non scaldare a sufficienza, ma Leonardo non se ne curava molto. Una folata più forte aveva sollevato le vesti di un donnone seduto ad un angolo, sotto un porticato e in quell’attimo aveva intravisto un animale, a tutta prima un gatto, che quella teneva curiosamente rinchiuso in una gabbia, ben difesa da due poderose gambe, immobili come colonne. Quasi certamente quel gatto era bianco, proprio come occorreva per il quadro. Chiedere ad una donna sconosciuta di sollevare le sue vesti, in pieno giorno, era imbarazzante, ma per amore dell’arte l’avrebbe fatto senza pensarci ancora due volte, se non fosse stata lei a prevenirlo. Tutt’ad un tratto, come scossa da un irresistibile impulso, l’incredibile donnone sollevò la gonna e dal vasto antro del suo vestito estrasse, con l’abilità di una levatrice, la gabbia dell’animale. Non era un gatto, si accorse Leonardo con stupore; sotto il pelo ormai rado ed opaco, faticò a riconoscere il corpo di un ermellino, che sembrava avere una notevole familiarità con le grosse, delicate dita della donna. Senza accorgersene si era fermato presso una colonna, di modo che lei non poteva vederlo. Ripensava ai dolci momenti in cui narrava la favola dell’ermellino alle dame di corte di Cecilia, mentre eseguiva il ritratto della bella ed intelligente fanciulla che aveva rapito il suo cuore con le sue doti e la sua cultura. "...L’ermellino correva per sfuggire ai cacciatori e rientrare nella sua tana. Ma quando si accorse che il sole aveva fatto sciogliere la neve e trasformato in fango l’ingresso al suo rifugio, preferì lasciarsi uccidere, piuttosto che sporcare il suo candido manto..."Preso dai ricordi, Leonardo era rimasto incantato a guardare l’animale ormai vecchio e sfinito che soggiaceva docile alle carezze di quella montagna di grasso. Ma quando il bagliore delle nere perle che ornavano l’immenso petto attirò il suo sguardo, rimase ancor più stupito. I bruni capelli cinti da una fascia sottile, la fronte ampia, gli occhi dolci ma decisi, il naso dritto e sottile, le labbra ferme, il pallore della carnagione esaltato dalla cupa lucentezza delle perle, la mano esile tesa a trattenere la graziosa bestiola, che tanto aveva ammirati, non erano più. Ma dietro le fattezze sfigurate dal grasso e dagli anni, tra le guance gonfie e le rughe profonde, Leonardo riconobbe lo sguardo intelligente e misterioso dietro cui aveva indugiato a lungo, sforzandosi di riprodurlo nella tela, plasmandola con le dita, come e più di una scultura. Uno sguardo che travalicava gli angusti confini dello spazio, fissando un punto lontano, eludendo gli occhi dell’osservatore. Ma ora che la vita gli riproponeva la verità in tutta la sua crudezza, ora che niente di quell’ideale bellezza, se non uno sguardo lontano e chiaro, restava, Leonardo, che non aveva provato disgusto di fronte a cadaveri sezionati e ad uomini impiccati, per la prima volta nella sua vita distolse lo sguardo dal vero: non volle sapere chi fosse, ora, Cecilia Gallerani. E si allontanò in silenzio, nell’ombra.

Data ultimo aggiornamento: 2000-01-05. Webmaster
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