Biblioteca Comunale "Renato Fucini" - Empoli
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Codice racconto: 247
SCALI, TOMMASO (Empoli)
Testo della canzone
Testo del racconto
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Sentivo l’odore (Carmen Consoli)
Dolce amore non fiatare
sono fin troppo angosciata dalle tue ansie
da quando ho scoperto di essere il tuo ripiego
ho provato vergogna perciò che ho pensato
per ciò che avrei voluto fare e non ho fatto
per come avrei voluto ucciderti
sentivo l’odore
mentre sprofondavi tra le sue labbra
pregavi perché non finisse
mentre ti annientavi tra le sue labbra
speravi che non fosse breve
Dolce amore randagio ecco cosa cercavi
tra i rifiuti e gli scarti del genere umano
talvolta il conflitto tra sacro e maligno mi sfianca
quel martellante pulsare di insano piacere
per ciò che avrei voluto fare e non ho fatto
per ciò che avrei voluto infliggerti
sentivo l’odore
mentre sprofondavi tra le sue labbra
pregavi perché non finisse
mentre ti annientavi tra le sue labbra
speravi che non fosse breve
che non fosse breve
che non fosse breve
che non fosse breve
e tutto questo per dirti solamente che
ho pagato fino in fondo
ho pagato fino in fondo
ho pagato fino in fondo
ho pagato fino in fondo
ho pagato fino in fondo
ho pagato fino in fondo
ho pagato fino in fondo
ho pagato fino in fondo
ho pagato fino in fondo
Untitled
"Salve. Risponde la segreteria telefonica di ____. In questo momento sono assente. Lasciate un messaggio dopo il "bip" e sarete richiamati al più presto."
Bip
Ancora non sei morto, lurido bastardo!
Non ti preoccupare…non ne avrai ancora per molto. Non credo ti sia rimasto ancora molto sangue.
Ti senti "svuotato" non è vero?!? Ah Ah Ah!!!
Un corpo stretto da mille lacci, esanime butta le ultime energie per ascoltare una profezia di morte dalla voce duramente familiare.
Credevi forse che non mi sarei mai svegliata, che non mi sarei mai accorta del tuo nuovo passatempo...illuso!
Le favole con cui mi illudevi mi divertivano e mi spaventavano allo stesso tempo.
Lurida lingua a sonagli!
Mi dicevo "Tesoro accettalo, tu non riuscirai mai a dargli il meglio!".
Mi ero ridotta, inerme davanti allo specchio, ad essere quell’impietoso giudice di me che avevo sempre fuggito.
L’ho scoperto, infine, qualcosa di illuminante: eri tu, solo tu, proprio tu che avevi tutta quella dannata paura. Avevo sopportato la tua stupidità, quei gesti carichi di offesa, i tuoi baci dal sapore viscido e sfuggente.
Improvvisamente mi ero accorta, avevo trovato nelle tue tasche e nei tuoi rimorsi tutto quel vuoto che mi avevi infilato dentro con forza.
Molto probabilmente tu lo ignoravi…ma io avevo già scelto, fra bene e male.
Era vero.
Lui non si era accorto (che c---o gli poteva fregare di una donna, ne poteva avere quante ne voleva, che diavolo!). Così aveva continuato a divertirsi, a giocare…
Ma anche a lasciare tracce, alcune astratte intangibili (magari profonde), altre chiare, indelebili.
D'altronde ad uno come lui non gli importava un bel c---o di tutte queste smancerie.
"Onestà" non era altro una parola che nel dizionario, comprato alle medie e mai più aperto, stava sicuramente prima di "Rispetto" e abbastanza distante da "Amore".
Inizialmente ho provato un senso di…no non era proprio vergogna, piuttosto di sorpresa come quando si assapora sulla lingua il gusto di un’esperienza nuova e senza precedenti.
Ho detto "Sarà necessario?" mi è bastato un battito di ciglia a capire che era così che "Avrò saldato i miei conti e fatto risarcire i miei debiti".
Ricordi ieri sera, avevamo finito di fare l’amore…mi hai detto "Questo profumo alla vaniglia che ti sei data è veramente eccitante!".
Ho sorriso, era tanto che non ricevevo un complimento da te.
Sono andata in bagno; non so bene cosa della cena era andato ad infilarsi fra i due incisivi.
Avevo cercato di toglierlo con la lingua fino al punto di distrarmi totalmente da quello che stavamo facendo prima.
Mi sono passata il filo interdentale fra dente e dente…non ricordo perché ma mi sono osservata al piccolo specchio del lavabo.
Quel braccio così vicino al naso…mi è venuta voglia di annusarlo: avevi ragione, sapevo proprio di vaniglia.
Mai usata la "vaniglia". Certo tu questo non lo sapevi. Non tu almeno. Non tu.
Le pupille mi si erano bloccate su quelle riflesse dallo specchio.
Mi hai risvegliato tu, si proprio tu con quella voce infantile per chiedermi "Spero che tu abbia preso la pillola! L’hai presa vero?".
Ho vomitato in silenzio, ma nella mia testa ho urlato il mio dolore, ti ho maledetto, ti ho promesso che ti avrei ripagato.
Stasera sei venuto ad aprirmi con quell’aria strafottente e annoiata di chi crede di essere troppo furbo per farsi catturare.
Sei giunto al capolinea ho pensato mentre mi aiutavi a togliermi il cappotto.
Povero imbecille non ti sei neppure accorto quanto, praticamente sotto i tuoi occhi, ti ho versato il mio sonnifero nel calice. Hai buttato giù il brachetto senza nemmeno guardarmi in faccia.
In fondo perché avresti dovuto; per una volta eri tu il burattino, eri tu che ignoravi tutto.
Il resto non importa che te lo racconti, lo sai già, ti basta darti un occhiata.
Non sono tanto idiota da rimanere ancora altro tempo al telefono.
Addio, sorta di amore randagio!
Il corpo fu ritrovato dalla madre dell’uomo una settimana più tardi.
La donna inorridì alla vista del figlio legato alla sedia e orrendamente sfregiato.
I lacci, troppo stretti, legati con la forza dell’odio, avevano solcato la carne del giovane per lasciare linee, come tracce di aratura, viola (un tempo rosse di plasma).
Un po’ dovunque, tremendamente alla rinfusa, con un ordine celato e indecifrabile, tagli di rasoio gli avevano aperto la pelle e mostrato strati altrimenti invisibili.
Anche la gola ed i polsi erano tagliati, o meglio incisi allo stesso modo.
Seminudo (in dosso solo un paio di boxer succinti e strappati) voltava le spalle alla madre.
La donna si avvicinò lentamente e lesse, scorticata sul dorso del figlio, la scritta – Fuck you -.
Il sangue, seccatosi, emanava cattivo odore che saliva dal pavimento dritto nelle narici.
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Data ultimo aggiornamento: 2000-01-05.
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