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6:58. Ti ho pensato a lungo e forse ti capisco. Noi non siamo donne da farci
crescere le unghie. Si spezzerebbero comunque su quelle dannate amate corde.
Oppure le taglieremmo lo stesso, perché noi non siamo donne da farci crescere
le unghie.
Malgrado ciò, lisergica e nitida, c'è un'immagine mia di te, in contrasto.
I tuoi occhi mi guardano ma in realtà me ne danno l'illusione soltanto.
Dove sei? Ed ora sono qua io, anche io, sento che sono vicinissima, quasi
ti tocco. Quasi non ci vedo più. Brucia. A tanto così; scivola il mio sguardo
su quel prato di lumini e ci sei anche tu e ti immagino seduta a gambe incrociate,
con un Negroni in mano che mi saluti.
Fa molto caldo. Da qualche parte, in una corte, qualcuno sta saldando, o
tagliando del ferro non me ne intendo; quel rumore periodico mi pare un
lamento. Sono vestita di nero, il colore del dolore. Il mio preferito penso
io mentre mi guardo intorno, il colore che meglio indosso quando sto bene.
Sarà. Sento le gocce che scivolano sulla mia schiena e cerco di non far
toccare la camicetta, mi irrita il segno del sudore sui vestiti.
C'è un mormorio annoiato, basito, coscienzioso, ignaro. Ho sempre pensato
che l'inconsapevolezza salvi la serenità dei più.
Poi comincia la danza. E mi immagino spettatrice esterna di tutto questo,
magari seduta con te su un muretto, hai da accendere? a criticare i vestiti
della gente. Qualcuno risponde anche al telefono. Non hanno staccato. La
spina. Poveri. Subdoli. Morti dentro. A casa. Pronto?
E mi immagino saltare in piedi e urlare quel flusso che sento ancora ora,
su e giù, più simile ad un conato direi. Tutti a casa! Cosa state facendo?
Dove state andando? Vi chiedete voi, per primi? Siete sicuri?
Il mormorio di chi prega, di chi parla, di chi si chiede il perché, di chi
si chiede come.
Cosa cazzo ci faccio qui. Per te dopotutto, cosa che non serve a nulla,
dopotutto. Sei qui, vero che te la ridi un po'? ti senti stronza e hai ragione.
No. Invece vorrei parlare con te, ah quanto non sai. Anzi sì.
E così mi vuoi far creder che non lo volevi veramente. Non ti credo. Tu
l'invincibile che non sente male. Dillo che hai fatto un salto fuori dal
cerchio, che ti cagavi addosso e volevi scendere. Dillo.
Tre due uno. Uno due tre sarebbero bastati per cambiare tutto. Oppure piangevi
ti sentivi sola nella pienezza di quell'ultimo momento. Hai voluto chiudere
i ponti con te stessa. Quando litighi con qualcuno puoi mandarlo affanculo,
ma tu come facevi a mandarti affanculo. Dico io non ti saresti mica potuta
perdere di vista, per un po' almeno, o per sempre forse. In un locale, al
bagno, alla stazione, a scuola, al Sakali prima o poi ti beccavi.
Per sempre invece.
Scusa.
Boom, ora sì che tutti ti ascoltano, ora sì che tutti ti vedono, ora sì
che di più, non si può.
Così mi vuoi far credere che lo volevi veramente. Non ti credo.
Se ti dessi un altro giorno, sarebbe comunque l'ultimo.
Hai freddo?
C'era un punto in cui non ti ha toccato nessuno, perché l'hai nascosto bene.
Perché era evidentissimo, invisibile.
Ora la gente parla che sembrano cicale. Bla bla bla.
Ti sapevi fare male. Dici che non lo volevi veramente ma non ti credo. E
nemmeno per te era questo spettacolo. Hai sempre pensato al dopo. Causa
effetto. Mi viene in mente quando mangiavi un biscotto che non ti andava,
per gustarti di più la sigaretta dopo. Il dopo. Non conosco nessuno che
tenga la sigaretta in quel modo. Dipendevi da uno stato di sospensione,
quasi cristallizzata in un salto. Lì, ferma, i capelli sembrano una coroncina
di glicine. Sono cristallizzate le lacrime, che ti lecchi perché nessuno
le veda, cristallizzati gli urli e chiusi in una scatola. Sono cristallizzate
le parole come pietre di una rocca. Quasi fossi eterna. Da quanto lo sapevi?
Quante anime girano attorno a te, all'oltre tempo in cui si sono barricate
per non allontanarsi da te. Sono stanche queste anime, chiudono gli occhi
ma non riescono a dormire, sono troppo stanche per essere stanche. Hai preteso
troppo, ma te lo dovevi. Ora tutti ti stanno ascoltando, ora avresti potuto
parlare. Il tuo silenzio è un discorso muto.
Saresti stata una meravigliosa saresti. Ti sei voluta macchiare di sangue
per darti colore. Ma ti sei mai forse chiesta dove fosse la tua luce? Qui.
Mi dicevi sempre che la luce fioca ti faceva paura e odiavi ciò che era
soffuso, preferivi il nero, nero vivo.
Chissà se faccio bene a dire tutto questo, ma sto soffocando dal male. Ho
bisogno di illudermi che mi ascolti.
Ora i tuoi muri sono puliti, sono bianchi, non si può più leggere quel che
hai scritto, di te. Ma dove è quella fiamma. Qui.
Ora mi siedo e ti ascolto. Ora mi siedo e ti ascolto. Ora mi siedo e ti
ascolto. Sono così vicina, che se salto anch'io, quasi ti tocco.
URL:
http://www.comune.empoli.fi.it/biblioteca/iniziative/giovani/parolenote/3/racconti/032.htm
Data creazione: 2004-10-08. Data ultimo aggiornamento: 2005-07-19.
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