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Ricordo quando, neanche ragazzino, mi sdraiavo sull'erba umida ad assaporare la quiete.
Era una specie di evasione, ma pure una sorta di arricchimento interiore; su quei prati del
Galles, culla della mia infanzia, m'ero formato; ed ora, ricco imprenditore in un'Inghilterra
in confusionario progresso, immerso in un mondo cittadino che ha connotati agli antipodi
di quelli della mia infanzia rurale, mi piace continuare a riempirmi di quelle piccole
cose che conservo nei ricordi come gioielli. Stavo lì, coi miei quattro stracci
fradici di rugiada e sudore, e respiravo la nebbia. Inspirare... espirare, e osservare la
nuvoletta di condensa che esce dalla bocca e si mescola alla nebbia circostante, nel
grigio informe dai contorni sfocati si sposa con le goccioline d'acqua sospese nell'aere;
l'uno e il tutto, unione e armonia; di questo sì ero contento, ricchezza porta
cultura, anche se sogno di un tempo in cui un bimbo in mezzo all'erba possa immergersi
oltre che nella natura, anche nelle pagine di un libro, sogno che Marlowe lo affascini,
e che magari, più grandicello, tra un lavoro dei campi e un altro, possa disputare
sui teoremi di Hume e Locke. Questo era quanto mi passava per la testa quel dì,
mentre inspiravo e espiravo nebbia, accompagnato dallo scalpitio dei miei passi
sull'acciottolato di London Bridge, che attraversavo durante la mia consueta passeggiata
serale.
Fui sottratto alle mie speculazioni dal sommesso singhiozzare di una giovane fanciulla,
accoccolata nella penombra fredda di una luminaria fioca. Mi avvicinai. "Posso aiutarla?". Sollevò
la testa e mi trovai dinanzi un viso tenero, da bambina, ma solcato da rivoli di lacrime
che sgorgavano abbondanti da due occhi troppo rossi. Emise qualche sillaba sconnessa, poi,
senza preavviso mi gettò le braccia al collo, e ricominciò il suo pianto.
"Non faccia così..." "Qualunque sia il problema vedrà che
sistemeremo tutto..." provai a consolarla, con frasi troppo inadeguate e che
risuonano troppo stupide ai miei occhi posteri. La portai a casa senza che avesse smesso
un solo istante di piangere, tanto che mi stupii di quante lacrime possa contenere un
corpo così minuto, così giovane; dove aveva raccolto tanto dolore? Come?
Finalmente si quietò, sotto gli occhi sdegnati della servitù,
insopportabili lacchè mormoratori, doppi come le monete. I suoi occhi vispi e un
poco più asciutti e meno rossi si spostavano con vitale curiosità da un
particolare all'altro del salotto: i quadri, le finiture dorate del mobilio, la stoffa
delle poltrone su cui sedevamo... particolari di un mondo che non le apparteneva, e che
io pure faticavo ancora a fare mio.
"E ora... mi racconti" Finalmente parlò, e, con qualche singhiozzo e
qualche incertezza, mi narrò la vicenda.
Era una storia dolente, d'amore e disperazione. Raccontò di un giovane di
bell'aspetto e del loro amore; di come il loro sentimento fosse osteggiato dalle famiglie,
che volevano riservare ai figli un futuro religioso, per poter così
usufruire dei benefici ecclesiastici. E di come questo giovane, Geordie il suo nome,
un ragazzo onesto, che nonostante il suo grande amore per la ragazza non rubò
mai neppure un fiore o un frutto per lei, si sentiva in colpa venendo meno alle
aspettative dei genitori. Ma la natura gli aveva dato in dote uno spirito ribelle e
selvaggio, appagato solo da natura e amore. Mi colpì raccontandomi di come
passavano le ore crepuscolari sdraiati in silenzio fra l'erba umida dei campi
spelacchiati, dolenti ricordi di un mio passato lontano. Mentre ora... famiglie che
ipotecano il futuro dei figli per mangiare. E poi si sentono discorsi nei circoli
intellettuali, tra capelli cotonati e nuvole di sigari e pipe, che esaminano il
rinnovamento industriale, speculano su teorie sociali e politiche, ma la vita, quella
quotidiana, quella della maggioranza della gente, i contadini, gli operai che vedo
ammassarsi come greggi nelle zone industriali, stanchi, sporchi, sfruttati, i
mendicanti... la vita, la loro vita, dov'è?
Fu così che un giorno Geordie salutò con dolcezza la sua amata - ripresero
i singhiozzi - e si allontanò una notte intera. Fu durante quella dannata notte,
proseguiva concitatamente, che Geordie s'intrufolò nel parco di una delle
residenze estive del Re e, con la maestria che può avere solo chi con le bestie è
cresciuto, fece uscire dal recinto sei cervi. Fuggì inseguito dalle guardie, che lo
sorpresero mentre l'ultima delle bestie si dileguava. Nel buio del bosco fu comunque
riconosciuto da uno dei gendarmi, e il giorno seguente ebbe solo il tempo di attuare la
vendita clandestina dei sei cervi, perché, tornando a casa trionfante, e convinto
di aver salvato la propria famiglia dalla povertà, fu arrestato dalle guardie del
re. Fu processato; il parroco era lì, e implorò pietà per Geordie;
implorò pietà anche la madre, con un pianto che rimbombò sordo tra le
pareti marmoree dell'aula; anche la giovane testimoniò dell'onestà di
Geordie, fra le lacrime implorò pietà e per un istante sperò di
ottenerla, visto il moto emozionale suscitato dalle sue parole.
"Salvate le sue labbra, salvate il suo sorriso, non ha vent'anni ancora. Cadrà
l'inverno sopra il suo viso, potrete impiccarlo allora..."
Ma non c'è pietà, non c'è giustizia nella legge; non ce n'è
per un giovane contadino braccato dalla fame. Un affronto al re, meritevole di morte.
Non c'è spazio per la pietà, ottennero solo onore quei fiumi di lacrime.
Con la prosopopea dei politicanti il giudice emise una sentenza perfettamente in armonia
con la legge, una condanna.
Vale una corda d'oro la vita di un giovane, e un'impiccagione all'alba nel centro di
Londra. L'onore delle armi, nessuna pietà. La sentenza fu accolta da altre lacrime,
che ingrossarono il fiume del dolore, che sgorgava dalla notte dei tempi dalla legge e
dalle ingiustizie.
"Rimasi sola, sulla terra battuta, a osservare, senza più forze, la carrozza
che portava alla morte il mio Geordie".
Infine la cavalcata estenuante, che fin qui l'aveva condotta, per implorare pietà
al re in persona. Ma il cavallo le era stato rubato, e, persa la speranza, dal ponte su
cui l'avevo trovata meditava di gettarsi.
Ero confuso, abbattuto. La legge, ricordi del mio passato che affioravano, un mondo che
era lontano, e uno vicino così diverso, ricolmo di gente assai meno nobile di
Geordie, che aveva di che mangiare e di che vivere; la mia casa, le mie fabbriche,
io vecchio e sazio, pure io meno nobile di quel ragazzo, io che nascevo dall'erba come
lui, ora su questa vellutata poltrona. Il viso della giovane, così bello e
semplice, e i ritratti di nobildonne alle pareti. Il freddo del mio cuore, e il camino
sempre acceso. Sfumarono i contorni, vedevo davanti a me il volto di un giovane dalla
smisurata bellezza, il fuoco alle sue spalle, mi sorrideva, come nei vividi racconti
della sua amata.
"Sellate un cavallo, il mio pony dal bianco manto. Cavalcherà fino a Londra
stasera, ad implorare per Geordie".
Un barlume di speranza negli occhi lucidi e consumati della ragazza, uno spiraglio di
luce e gioventù che aveva fatto breccia tra le pieghe della mia pelle stanca e
raggrinzita. Sprofondai nella poltrona, fui accolto da un sonno agitato, mentre la
giovane, dopo mille grazie, si allontanava nella nebbia di un giorno senza sole, di un
sistema senza sole, che aveva fatto troppo presto tramontare anche me, i miei prati,
i miei amori, lasciando spazio a grigiore e opulenza danarosa.
Cavalcai anch'io il mattino seguente di buon'ora, per giungere in tempo nella piazza
in cui la condanna sarebbe stata eseguita.
Come previsto e temuto lo scettro del re non si era mosso, lontana era stata abortita la
grazia, uccisa da un re persino stizzito dinnanzi alle suppliche insistenti della ragazza.
Questo mi disse la giovane, in piedi accanto a me, prima di nascondersi e sparire dietro
un velo nero e lacrime. Io e lei, nel freddo di una gelida alba. Indifferenti muri di
fredda pietra ci circondavano, e davanti a noi si intuiva, oltre la bianca coltre
nebbiosa, accecante per i primi flebili raggi di sole, il palco con la forca.
Stridettero gli zoccoli dei cavalli, che parevano tanto assonnati, o costretti a forza a
un trasporto che anch'essi rifiutavano. Scese dal carro un giovane che non avevo mai
visto, ma che amavo come me stesso. E che, seppur provato dalla reclusione, manteneva le
fattezze che gli avevano permesso di cogliere l'amore della ragazza che, accanto a me,
vedendolo, si accasciò.
Luccicava nell'inaspettato sole mattutino la corda d'oro che teneva sospeso un corpo
che si dimenava, lottava... cedette. Immobile, impermeabile ai rumori di una città
che si preparava a una altra disgustosa e inutile giornata ed anche ai singhiozzi
ininterrotti del mugolante corpo di donna, vedevo le labbra farsi viola, il viso
sbiancare, il corpo flaccidamente ondeggiare, gli occhi verde foglia chiudersi per sempre.
E il paradosso delle vocianti vite che pian piano si accalcavano curiose a leggere e
indagare i perché di quello spettacolo e della dorata corda.
Pianti, pietà, fame, amore, morte, Re, povertà, giustizia, legge... parole sconnesse che si accalcano ora nella mia stanca mente. Ora che ripenso a tutto questo e curioso mi chiedo che fine avrà fatto la giovane, se ancora sta lì ai piedi di un impiccato che non c'è più, ora che ripenso a questa triste vicenda, ora che, circondato da sparuti fili d'erba, avvolto da una fitta nebbia che inspiro... espiro..., vedo figurarsi il volto sorridente di Geordie, ora che la luce mattutina dona alle gocce sospese il bagliore scintillante di una corda d'oro, ora che, sdraiate le mie vecchie membra in una sorta di congiunzione con la mia infanzia... inspiro... espiro... tossisco e aspetto di morire.
URL:
http://www.comune.empoli.fi.it/biblioteca/iniziative/giovani/parolenote/3/racconti/057.htm
Data creazione: 2004-11-08. Data ultimo aggiornamento: 2005-07-19.
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