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De Carlo, Andrea. Treno di panna
Hemingway, Ernest. Il vecchio e il mare
Hrabal, Bohumil. Una solitudine troppo rumorosa.
Recensione di Stefano Mastronicola, marketing@neamedia.com
A volte gli occhi di un ragazzo vedono cose irreali che esistono solo nella sua mente, percezioni del mondo che la propria
fantasia cerca di trasmettere al cervello, quasi a fargli credere che in realtà tutto sia vero, e non il frutto dei
propri sogni.
"A momenti pensavo che avrei voluto fare l'attore, quest'idea reggeva per qualche tempo l'equilibrio dei miei
pensieri; se li distribuiva attorno con grazia tale da far apparire secondaria ogni considerazione pratica su come farlo".
Questi continui pensieri che attanagliano la mente, a volte portano ad un'ambizione troppo pesante da reggere e non si è
pi&iugrave; in grado di tornare allo stato naturale delle cose.
Si perde la cognizione della realtà, tutto sembra essere così facile da raggiungere, così
semplice da toccare, ad un palmo dal naso; il profumo della vittoria e l'applauso del mondo... c'è chi si perde,
chi cade a terra e si rialza, e chi si ferma proprio sul punto del non ritorno.
C'è chi, come il protagonista del romanzo di De Carlo, ha la fortuna dalla propria parte, e una serie di eventi e
coincidenze che lo aiutano a ritrovarsi proprio in mezzo a tale situazione, catapultato in un mondo parallelo, quello che
fino a poco tempo prima faceva parte della sua fantasia e dal quale, di certo, non avrebbe voluto andarsene tanto
facilmente.
Los Angeles è la città delle grandi occasioni, ma di certo la strada da raggiungere non è
breve e bisogna in qualche modo adattarsi alla realtà, trovare un lavoro perché in ogni caso non si vive di
sola fantasia. Per un immigrato italiano, in America, non è difficile farsi assumere in un ristorante italiano ed
è proprio qui che Giovanni, il protagonista del romanzo, inizia a coltivare quel senso di frustrazione e di vergogna
dell'essere un semplice cameriere.
"Mi intristiva pensare a come la realtà procedeva lenta secondo ritmi stabiliti su altre scale. Ogni mattina
mi sembrava di essere vicino a una svolta, e ogni sera finivo per andare a letto con la sensazione di essere allo stesso
punto del giorno prima".
La mente di Giovanni è stata manipolata anche dalle persone che lo hanno circondato nei diversi momenti della sua
vita, prima gli amici che lo hanno ospitato per un breve periodo nella propria casa, dove si respiravano ogni giorno nomi
di attori, attrici, film e registi hollywoodiani. Amici che si lodavano di potercela fare, un giorno, a entrare in quel
mondo.
Poi arrivò una ragazza, della quale Giovanni si innamorò, con le stesse ambizioni e con lei arrivò
la fatidica domanda: "Cosa vuoi fare Giovanni nella tua vita? Vuoi continuare ad andare a lavorare come cameriere per
i prossimi dieci anni?"
In quel momento, nel suo cuore, Giovanni si promise di no. Non l'avrebbe fatto, non poteva farlo perché è
nella natura umana essere ambiziosi, nell'anima di ogni uomo c'è il continuo desiderio di confrontarsi col prossimo,
di lottare per arrivare primo, per cercare d'essere sempre il migliore.
Non ci metteranno molto gli adoloscenti, che leggeranno questo libro, ad immedesimarsi nella vita di Giovanni e nella sua
continua ricerca del successo, e della voglia di avere un vita così come la nostra ambizione ce la vuole far vedere,
nascondendoci però ai nostri occhi la dura e vera realtà.
Recensione di Stefano Mastronicola, saturn82@interfree.it
Il vecchio e il mare non è un libro,
il vecchio e il mare non è un romanzo,
il vecchio e il mare non è un film.
Il vecchio e il mare è una poesia,
il vecchio e il mare è un'emozione,
il vecchio e il mare è un ricordo senza tempo.
Un vecchio pescatore vuole dimostrare agli altri, ma soprattutto a se stesso che vale ancora qualcosa, anche se lui
è morto dentro cerca di rinascere o perlomeno di vivere un'ultima avventura.
E così parte alla deriva con la sua piccola barca alla ricerca del pesce più grande che si sia mai visto
prima. Nasce così una lunga ed estenuante battaglia per la sopravvivenza di entrambi.
Il resto della storia, i pensieri, le emozioni e le speranze del povero vecchio ve le lascio leggere a voi, anticipandovi
però che il vecchio torna a casa a mani vuote ma non sconfitto.
Per molti è il più bel libro di Ernest Hemingway, perché dietro le pagine, al di là
delle parole si nasconde un insegnamento di vita.
Da non perdere.
Recensione di Franco, talento@internetlibero.it
Quando da ragazzo
leggevo un libro, sia di fiabe o d'avventure, mi capitava - con
la fantasia - di trovarmi coinvolto nelle medesime storie; più
m'introducevo nella lettura, pių mi sentivo partecipe. Cosė di
nuovo m'è successo leggendo appena il primo capitolo di Una solitudine troppo rumorosa
di Bohumil Hrabal.
Ho avuto gli stessi pensieri, sognato e gioito in eguale misura.
Mi piacerebbe alla maniera di Hrabal, essere un po' spaccone
dell'Infinito e dell'Eternità; a chi non piacerebbe!
Hrabal fa vivere al suo personaggio, - Honta - una serie
innumerevole di deliri, con la complicità dei tanti litri di
birra nera che quotidianamente beve, per lenire la fatica e
soprattutto per sentirsi meno solo, in quel tremendo lavoro che
esercita da trentacinque anni, impacchettando con la pressa
meccanica, carta vecchia e libri da mandare al macero. La legge
del contrappasso lo atterrisce; per cercare di meritare la pace
interiore riesce addirittura a sopportare e convivere più con i
topi delle chiaviche e i mosconi carnari, che con gli esseri
umani.
L'effimero senso della vita, rivolto verso la madre cremata,
l'oppressione del tempo che se ne va..., il terrore di trovarsi
schiacciato dai libri, tonnellate di libri che giorno dopo
giorno, anno dopo anno, ha salvato dal macero portandoli a casa.
Leggendo e imparando, - suo malgrado - dai grandi scrittori, -
dice lui - necessarie verità; per collocarli poi nei luoghi più
disparati, perfino sopra il baldacchino del letto, causa dei
notturni tormenti. Si susseguono fatti e misfatti, il frastuono
del pensiero gli rimbomba dentro, per le azioni che si ripetono,
per le scene da voltastomaco, per la sensazione di toccare con
mano la putrefazione che avanza inesorabile.
Ecco un'altra scena vissuta: la costruzione di un aquilone;
volarlo, inviare tramite il filo che lo manovra, dei messaggi.
Ancora oggi, essendo uomo maturo mi piacerebbe costruire un
aquilone, lo farò un giorno, ai miei nipotini sicuramente.
Hanta è ormai consapevole del tramonto di un'epoca e della
nascita di un'altra epoca: la sua con obblighi disumani,
confortata dal piacere tattile dei libri e del gusto della
lettura; la nuova, quella dei giovani, coadiuvati dalla
tecnologia, organizzati anche nel tempo libero, forse senza
smanie di conoscenza... quando andranno in vacanza in Grecia, non
sapranno alcunché di Aristotele e Platone... ma anche Mancinka,
la sua amata in gioventù, senza aver letto neppure un libro era
andata più lontano di lui; che dire allora! Honta è vecchio e
lo sente, lo vede: dalla cattiveria del suo capo,
dall'indifferenza dei giovani colleghi. La pressa ormai si sta
dilatando enormemente nei suoi pensieri, diventa un'ossessione,
distrugge tutto, anche la sua anima.
Il suo destino è compiuto, - l'autore a questo punto credo
che desideri nascondere la cruenta verità - Honta si caccia
dentro il grande tino, si è fatto un piccolo giaciglio con la
vecchia carta, vi si rannicchia, schiacciando prima il pulsante
verde, la pressa scende lentamente. Questa volta in mezzo al
grande pacco di carta pressata, forse ci sta lui, come usava fare
quando era operaio, con il libri aperti alla pagina che gli era
piaciuta, deposti uno alla volta, per spedirli nel cuore del
Paradiso terrestre. Leggetelo anche voi, se non lo avete già
fatto, per saperne di più.
Leggendo questo libro ho alternato momenti di voluttà a momenti
di rifiuto, la lettura si è protratta per oltre dieci giorni. Un
piccolo libro, centellinato, goduto e sofferto.
URL:
http://www.comune.empoli.fi.it/biblioteca/iniziative/recensioni.htm
Data creazione: 2000-08-21. Data ultimo aggiornamento: 2006-03-30. Webmaster