Autoritratto (?) del Pontormo dall'affresco de La Deposizione nella chiesa di Santa Felicita
a Firenze


(1) Pontormo, San Giovanni Evangelista


(2) Pontormo, San Michele Arcangelo


(3) Chiesa di San Michele

La casa del Pontormo



La casa natale del Pontormo è parte nobilissima (ancorché recente) del patrimonio del Comune d’Empoli. È un monumento che serba memoria tangibile d’un suo figlio concordemente annoverato fra gli apici della nostra cultura figurativa.

Quando, nel 1994, si doveva commemorare il quinto centenario della nascita di Jacopo, si pensò che per la città sarebbe stato importante celebrare quella data con un convegno sulla sua figura e con una mostra che ne mettesse in risalto segnatamente l’attività giovanile e le relazioni col luogo d’origine. Ma si pensò pure che sarebbe stato doveroso compiere anche un atto che non avesse i toni dell’effimero. Parve a tutti evidente che non si sarebbe potuto far festa per Jacopo lasciando quella che si reputava essere la sua prima residenza in uno stato assai più triste dell’abbandono. Fu deliberato dunque dal Comune di riscattare quella semplice architettura caduta in disgrazia, ma già in passato, nel 1957, onorata da un’epigrafe dettata da Emilio Cecchi.

Nacque dunque Jacopo a Pontorme, se non propriamente in queste stanze, in altre identiche e contigue. In queste, comunque, la tradizione recente (fondata però sulle indagini di Ugo Procacci, ch’è stato sicuro battistrada nelle ricerche archivistiche) ha visto le più verisimili a esser quelle natali dell’artista. Che presto poi le abbandonò per via delle disgrazie occorsegli, andandosene a Firenze, dove ancora la mala sorte l’avrebbe peraltro raggiunto. Ma la dimora di Pontorme volle tenersela; e ancora la denunciava quand’era sui quarant’anni.

Ora che restaurata s’è aperta, la casa vive recando di quella presenza rare ma sapide evocazioni. Al piano terreno, nella stanza più grande, è esposta l’edizione elegante in facsimile del Diario del Pontormo, quella che uscì curata da Roberto Fedi per conto del Comune d’Empoli nel 1996, e ch’è da reputare una delle imprese culturali più importanti nel novero delle iniziative promosse per l’occasione del quinto centenario della nascita di Jacopo.
Il Diario fu scritto dal pittore negli ultimi tre anni di vita (dal gennaio del 1554 all’ottobre del 1556). Per questa ragione è parso opportuno serbarne una replica fedele nella casa dove lui invece nacque e trascorse la sua prima età. Queste mura, d’altra parte, sono le più pertinenti a quelle pagine, buttate giù solo per sé; col tono che si tiene – al più – coi familiari, vergando pensieri anche intimi e addirittura inconfessabili; come uno si sente di fare giustappunto nel chiuso d’un vano ch’è muto testimone quotidiano dei suoi umori. Quasi la registrazione d’un soliloquio; cui Jacopo doveva essere fin dall’infanzia abituato, ancorché non gli difettassero le conoscenze (sovente intellettualmente ragguardevoli) e le amicizie (forse non tante, ma di sicuro sincere).

Se il Diario sta nella residenza del borgo a rappresentare l’umanità del Pontormo, la sua espressione d’artista – che del pari s’è voluto avesse attinenze strette col luogo – trova un veridico riscontro nei fogli, esibiti in facsimile, che lui disegnò in preparazione della pala dipinta intorno al 1519 per la chiesa di San Michele; a due passi dalla casa. Torna opportuno che i visitatori della dimora empolese del Pontormo, abbiano l’agio di soffermarsi al cospetto di questi fogli, perché in essi – tutto sommato ancora giovanili, quantunque la mano del loro artefice sia matura – si possono apprezzare quegli stilemi che fanno di Jacopo uno degli esponenti più eletti della ‘maniera moderna’ e che furon poi quelli suoi peculiari.

Diario e disegni sono dunque, al piano terreno della casa, succinta testimonianza d’un uomo e d’un artista. Ma accanto, in altra apposita teca, si viene avvisati di vicende limitrofe a quella (consacrata dalla storia) di Jacopo. Vicende umili che giusto la casa riguardarono. Sono reperti di ceramica che l’intervento di restauro murario ha riportato alla luce; essi pure testimoni d’una vita – stavolta di gente comune – che trascorse sobria nell’agglomerato di Pontorme; dove l’argilla si lavorava, sortendone manufatti semplici, ma di gentile eleganza.
I nessi fra la dimora e l’artista che vi nacque sono idealmente illustrati, al primo piano, da un tavola, che, grazie alla disponibilità di Antonio Paolucci, già Soprintendente per il polo museale fiorentino, ha lasciato i depositi degli Uffizi per essere esposta nella stanza più nobile della casa. Ed è una bella replica antica della Madonna del libro; lavoro del Pontormo finora rimastoci ignoto nella sua redazione autografa; del quale è stato scritto che “è senza dubbio l’opera più copiata” di lui, “e, con ogni probabilità, la Madonna più copiata di tutto il Cinquecento fiorentino”.

L’originale pontormesco s’identifica per solito col quadro che Jacopo – a detta del Vasari – donò a “Rossino muratore”, “per pagamento d’avergli mattonato alcune stanze e fatto muramenti”. E se questa identificazione fosse giusta, allora si potrebbe congetturare che il Pontormo abbia dipinto la Madonna del libro al tempo dei lavori per la sistemazione della sua casa fiorentina in via della Colonna (1534-1536), o poco dopo. E pare suggestivo che un’opera, connessa a una dimora di Jacopo, figuri – sia pure in una replica eseguita da un artefice di rango, verisimilmente fiorentino, nella seconda meta del Cinquecento – in quella che fu la prima casa di lui.

Poche cose, dunque, sono esibite in questi vani antichi. Ma tutte – si spera – cariche d’evocazioni; come or ora s’è detto. Il resto dell’arredo deve invece risponde alla vocazione attuale della casa; ch’è vocazione scientifica. A questa vocazione è affidato il compito di mantener viva non solo la memoria d’un passato illustre, ma la stessa struttura muraria. Fin dal momento infatti in cui prese corpo la volontà d’acquisire la casa natale di Jacopo, ci fu in tutti la consapevolezza che un edificio senza funzione è condannato a tornare lentamente e ineluttabilmente al degrado. E meditando, allora, su quale utilizzo sarebbe tornato conveniente agli auspici d’un futuro durevole, maturò l’ipotesi di farne museo di se stessa. Casa d’artista, dunque; come tante ce ne sono all’estero; e sempre meritano una visita. Altro – considerate l’esigue dimensioni e la dislocazione delle stanze – era del resto difficile congetturare riguardo a un suo pubblico godimento.

S’è dunque voluto che in queste stanze del borgo di Pontorme avessero sede sia la Sezione didattica per i beni culturali del Comune d’Empoli, sia un centro di studi sull’arte del Cinquecento nella provincia toscana. Un centro da cui – ovviamente tenendo stretti (e anzi coltivando) gli indispensabili rapporti con le Amministrazioni della Regione e degli altri Comuni toscani – dovranno sortire ipotesi d’indagini nuove, proposte di pubblicazioni, progetti di mostre, convegni e giornate di studi, e quant’altro risulti utile alla scoperta e alla valorizzazione d’un patrimonio, che, per esser decentrato e dunque sovente fuori dal giro dei grandi interessi, rischia d’essere annoverato (coi tempi attuali e con le ideologie incombenti) fra quelli non pienamente meritevoli d’un adeguato conforto finanziario.

L’acquisizione della casa del Pontormo fu pensata e decisa nel 1994, a cinque secoli esatti dalla nascita di lui in queste stanze. La casa s'è aperta, nel 2006, quando dalla sua morte sono scoccati i quattrocentocinquant’anni. E s'è riaperta con fondate speranze d’una vibrante vitalità.

Antonio Natali
Curatore scientifico della Casa